Il più antico calcolatore analogico della storia


Antikythera, l’isola di fronte a Kythera, oggi conta soltanto 44 abitanti su una superficie di 20 km2.

Nel 1902 furono alcuni pescatori di spugne a ritrovare il relitto di un antico veliero che trasportava un carico di oggetti preziosi, statue, vasi di pregevole fattura e monete d’argento. Cercavano riparo sull’isola, sorpresi in mare da una violenta tempesta. La nave proveniva da Pergamo, la città sulla costa dell’Asia Minore, ed era diretta a Roma che in quel periodo ammirava l’arte, la filosofia e la tecnologia dei greci.

A bordo della nave venne ricuperato un misterioso oggetto in bronzo, difficile da decifrare per le incrostazioni che lo ricoprivano: la Macchina di Antikythera.

Nessun strumento del genere venne costruito per i successivi 1.000 anni.

Accurate analisi del reperto ne fecero risalire, con certezza, la costruzione al 150 – 100 a. C. Sotto le incrostazioni vennero scoperti complicati ingranaggi e grazie a diversi frammenti dell’oggetto fu possibile tentarne una ricostruzione. Era costituito da una trentina di ruote dentate in bronzo e riportava in superficie circa 2.000 caratteri, con le indicazioni relative al funzionamento del meccanismo. Oggi è conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene.

Diverse, accurate indagini hanno permesso di chiarire le funzioni del meccanismo che veniva usato nell’Antica Grecia per svolgere complicati calcoli astronomici.

Serviva per calcolare il movimento del Sole, della Luna nello Zodiaco e probabilmente anche i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, oltre a calcolare le date delle future eclissi di Sole e di Luna.

La tecnica usata per la sua costruzione è simile a quella che sarà usata soltanto mille anni più tardi, nell’Europa medioevale, per la costruzione degli orologi astronomici.
Uno degli studi più approfonditi venne svolto dallo storico della scienza inglese Derek de Solla Price, che nel 1951 iniziò ad analizzare la macchina. Dopo vent’anni di ricerca Price riuscì a scoprire, almeno in parte, il funzionamento originario.

Tutto il meccanismo era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità ed era costruito attorno ad un asse centrale.

Quando questo asse girava, entrava in funzione un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle probabili lancette a diverse velocità, intorno ad una serie di quadranti. I frammenti mancanti impedirono a Price di comprendere il completo funzionamento del meccanismo.

Di grande importanza è stata comunque la sua scoperta di un rapporto 254 a 19 fra le ruote. Questo lo portò a collegare il meccanismo con il moto della Luna rispetto al Sole: infatti, la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. Price propose anche un primo modello della macchina che poi donò al Museo archeologico nazionale di Atene, dov’è attualmente esposta.

Negli ultimi anni un gruppo multidisciplinare di ricercatori britannici, greci e statunitensi, l’Antikythera Mechanism Research Project, ha potuto approfondire ulteriormente l’analisi del meccanismo, grazie a nuovi frammenti ritrovati alcuni anni fa, usando tecnologie molto più moderne di quelle su cui poteva contare Price, dalla tomografia computerizzata alla rielaborazione digitale, ad alta risoluzione, della superficie.

Alla fine del 2008 è arrivata la notizia della ricostruzione completa dell’antico apparecchio, curata da Michael Wright, un ingegnere del Museo delle Scienze di Londra. E’ una copia esatta del’originale, con le stesse dimensioni e gli stessi materiali. Il nuovo modello è contenuto in una scatola di legno poco più piccola di una scatola da scarpe. Di fronte ci sono due quadranti sovrapposti che riportano lo zodiaco e i giorni dell’anno.
Punte di metallo indicano la posizione del Sole, della Luna e dei cinque pianeti.

Il quadrante superiore, spiega Wright, rappresenta il ciclo Metonico, cioè il ciclo dei 19 anni. In questo modo è possibile mantenere un calendario sincronizzato sia al corso del sole, sia a quello della luna. Il quadrante inferiore è stato diviso invece in 223 parti con riferimento al cosiddetto ciclo di Saros, usato per prevedere le eclissi.

“Non era uno strumento di ricerca, qualcosa che un astronomo userebbe per fare dei calcoli, né un astrologo lo userebbe per fare previsioni. Era qualcosa che useremmo per insegnare il cosmo e il nostro posto nel cosmo», dice Alexander Jones, professore di storia della scienza antica all’Università di New York. «È come un manuale di astronomia per come lo intendevano all’epoca, che collegava i movimenti del cielo e dei pianeti con le vite degli antichi Greci e il loro ambiente. Lo vedrei più come un dispositivo istruttivo per i filosofi».

Le lettere – alcune alte solo 1,2 millimetri – erano incise sulle lamine dal lato interno. Delle sezioni visibili del meccanismo erano racchiuse nel legno e operavano con una manovella.

Non era esattamente un manuale, era più una lunga didascalia – come quelle nei musei che descrivono un’opera, dice un altro componente del team, Mike Edmunds, professore emerito di astrofisica presso l’Università di Cardiff. «Non ti dice come usarlo, dice ‘quello che vedi è così e così’, invece che ‘gira questa manopola e ti mostra qualcosa’», dice.