La  più grande battaglia navale del  Medioevo


Battaglia della Meloria del 1284

La Battaglia della Meloria fu una storica battaglia navale che vide coinvolta la flotta della Repubblica di Genova. Sancì la definitiva fine di Pisa come potenza marinara in Italia durante il Medioevo.
Dopo i grandi contrasti verificatisi nei secoli precedenti tra la Repubblica di Genova e la repubblica marinara di Pisa, l’occasione per lo scontro definitivo avvenne nel 1284.

Parte della flotta genovese era ormeggiata presso Porto Torres, in Sardegna, allora territorio conteso tra le due repubbliche. Il piano dei pisani era di colpire in netta superiorità – con 72 galee – la flotta ligure, per poi affrontare la rimanenza e chiudere per sempre il conto con i genovesi.

Benedetto Zaccaria, futuro doge di Genova, che comandava quella parte di flotta composta da 20 galee, eluse lo scontro, fingendo una ritirata verso il Mar Ligure. La flotta pisana lo incalzò, ma fu raggiunta dalla restante parte della flotta genovese (68 galee) e ripiegò verso porto pisano, non senza lanciare una provocazione alla città genovese, sotto forma di una pioggia di frecce d’argento.

La flotta della Repubblica di Genova raccolse la sfida e il 6 agosto 1284, giorno di San Sisto II patrono di Pisa che da quel giorno non fu più festeggiato, salpò verso Porto Pisano, antico porto di Pisa, situato a sud della foce dell’Arno.

L’ammiraglio genovese Oberto Doria guidava una prima linea di 63 galee da guerra composta da 8 Compagne (antico raggruppamento dei quartieri di Genova): Castello, Macagnana, Piazzalunga e San Lorenzo, schierate sulla sinistra (più alcune galee al comando di Oberto Spinola), e Porta, Borgo, Porta Nuova e Soziglia posizionate sulla destra.

Benedetto Zaccaria comandava invece una squadra di trenta galee, lasciate volutamente in disparte per prendere di sorpresa la flotta pisana. Parte di essa era ormeggiata dentro Porto Pisano, mentre un’altra parte sostava poco fuori dal porto.

Si narra che, durante la tradizionale benedizione delle navi, la croce d’argento del Bastone dell’Arcivescovo di Pisa si staccò. I Pisani non si curarono di questa premonizione negativa: dopotutto era il giorno del loro patrono, anniversario di tante gloriose vittorie, e quella era un’ottima occasione per eliminare definitivamente i genovesi: contando 63 legni genovesi, i pisani forti di 9 navi in più decisero di uscire dal porto.

Secondo le consuetudini del Governo Potestale, i Pisani avevano scelto un forestiero come Podestà, Morosini da Venezia. I Veneziani com’è noto erano da sempre in rivalità contro Genova, ma in questo frangente avevano rifiutato l’appoggio alla repubblica toscana. Assistevano il Morosini: il Conte Ugolino della Gherardesca  e Andreotto Saraceno.

I Pisani, dopo una prima esitazione, decisero di attaccare la flotta Genovese e si lanciarono sulla prima linea. Entrambe le flotte erano in formazione a falcata, ovvero a mezzo arco. Lo scontro era dunque frontale. I famosi balestrieri genovesi, al riparo dietro le loro pavesate, tiravano contro i legni pisani, mentre questi tentavano, secondo le tattiche dell’epoca, di speronare le navi con il rostro per poi abbordarle. Qualora l’abbordaggio non avesse luogo, gli equipaggi si colpivano con ogni sorta di munizione scagliata da macchine belliche o dalle nude mani, come sassi, pece bollente e addirittura calce in polvere.

Le sorti della battaglia furono decise dopo ore dai trenta Legni di Zaccaria, che piombarono sul fianco pisano, colto completamente impreparato dalla manovra, e dalla stessa esistenza di quelle galee: fu uno sfacelo di legno, corpi e sangue. Dell’intera flotta pisana, solo venti galee, quelle comandate dal Conte Ugolino, si salvarono. L’accusa di vigliaccheria, se non di tradimento, non impedirà al conte di conquistare la signoria de facto e di restare al vertice del governo della città fino alla sua deposizione 1288 ed alla celebre morte per inedia 1289.

Alcuni storici riferiscono che il contingente di rinforzo genovese fosse nascosto dietro l’isolotto della Meloria (allora un basso scoglio sopra il livello del mare), ma si tratta probabilmente di un fraintendimento dato che una squadra navale, anche piccola, non avrebbe assolutamente potuto evitare di essere vista. Un’ipotesi è che le navi fossero in realtà nascoste alla fonda di un’isola dell’arcipelago.

Un’altra ragione della sconfitta pisana deve essere individuata nell’ormai obsoleto armamento navale e individuale. Le navi pisane, più vecchie e più pesanti, imbarcavano anche truppe con armature complete nonostante la calura agostana, e durante la lunghissima battaglia i genovesi, muniti di armature ridotte e più leggere, ne furono chiaramente avvantaggiati.

Tra i cinque e i seimila furono i morti, e quasi undicimila furono i prigionieri tra cui proprio il Podestà Morosini, che fu portato con gli altri a Genova nel quartiere così chiamato Campo Pisano (da qui nacque il detto: “Chi vuol vedere Pisa, vada a Genova“). Tra i prigionieri anche l’illustre Rustichello che aiutò Marco Polo a scrivere il suo Milione nelle prigioni genovesi. Solo un migliaio di prigionieri pisani tornò a casa dopo tredici anni di prigionia. Gli altri morirono tutti e sono sepolti sotto il quartiere genovese che tristemente porta ancora il loro nome.

Pisa firmò la pace con Genova nel 1288, ma non la rispettò Ciò costrinse Genova a un’ultima dimostrazione di forza.

Nel 1290 Corrado Doria salpò con alcune galee verso Porto Pisano, trovando il suo accesso sbarrato da una grossa catena. Fu il fabbro Noceto Ciarli ad avere l’idea di accendere un fuoco sotto di essa per renderla incandescente in modo da spezzarla con il peso delle navi. Il porto fu raso al suolo e sulle sue rovine fu sparso il sale, come accadde per Cartagine ai tempi di Scipione. Con questo gesto il potere di Pisa sul mare si spense definitivamente e dopo dieci anni la città fu infine assoggettata da Firenze.

Nel XXXIII canto dell’Inferno Dante Alighieri fu spietato con la città di Pisa, fino ad augurarsi che l’Arno la inondasse e tutti i cittadini morissero annegati. Ma, poche righe dopo, lo fu altrettanto con Genova e soprattutto con i genovesi, spingendosi ad auspicare che fossero «nel mondo spersi». A suo modo l’autore della Divina Commedia fu dunque equidistante in merito al conflitto che aveva contrapposto Genova e Pisa nel Duecento, secolo in cui, quasi per intero, la posta in gioco tra le due città di mare era stata l’egemonia nelle acque del Tirreno. Precedentemente, a dire il vero, Genova e Pisa si erano sostenute l’un l’altra nella difesa dagli assalti saraceni che avevano conosciuto l’apice con la devastazione del porto genovese (934-935) quando — come riferisce Liutprando di Cremona — i nordafricani piombarono a più riprese sulla città, uccidendo quasi tutti gli uomini dopo aver saccheggiato le chiese.

Pisa fu poi aggredita dai predoni «mori», ma in modo meno violento, nel 1005 e nel 1011. Verso la fine dell’XI secolo i corsari arabi si fecero meno aggressivi e tra le due città iniziò l’era della breve pace e della lunga competizione.